Miglior strategia di marketing? La morte

Prima di parlare di marketing della morte varrebbe la pena capire cos’è il marketing, e non è scontato. Esistono davvero strategie di vendita così macabre da pompare la morte di un personaggio per alzare le vendite di un qualche prodotto? Nel 2010 è morto lo scrittore portoghese José Saramago (autore di Le intermittenze della morte): fu un periodo d’oro per le vendite dei suoi libri, le persone erano letteralmente incantate dai romanzi di Saramago, non si faceva che parlare di Saramago nei bar, nelle sagre di paese, nelle cene, nei cinema d’essai e nelle stradine isolate dove si spaccia droga cominciava un parallelo traffico di libri di Saramago. Nelle librerie i suoi romanzi si mischiavano a quelli con le fascette ridondanti di premi che stavano nelle vetrine. La vetrina è un’altra strategia del marketing, ti suggerisce virtuosamente cosa è il caso di comprare, i cosiddetti must. Nel 2010 Saramago andava comprato, per rimediare il latente senso di colpa di non aver letto qualcuno che aveva lasciato questo mondo per confluire  probabilmente  in un altro o nel vuoto.

La realtà è che avere a che fare con la morte, anche a un livello subconscio e immaginario, ci confonde. Amore e morte sono due moti ispiratori dell’umanità da sempre: i poeti cantano l’amore e cantano la morte, Dante ha ambientato nei misteriosi mondi del trapasso un interno poema d’amore. Se si può fare marketing con l’amore sfruttando i sentimenti delle persone perché sarebbe poco leale farlo con la morte? LeMurder Ballads di Nick Cave non sono insieme canti d’amore e morte? Del resto la morte ci fa fare i conti con una verità piuttosto profonda, prima o poi si muore. Lo scorso anno il giorno dell’attentato a Charlie Hebdo coincideva con quello d’uscita del nuovo libro di Houellebecq, Sottomissione. Per un romanzo che narrava la vittoria di un partito islamico alle elezioni francesi non si poteva pensare a una strategia di marketing migliore. Michel  con la morte nel cuore, s’intenda deve averci per forza pensato. Del resto ogni volta che c’è un attentato terroristico (o una morte eccellente) l’onda lunga del clickbait su internet si confonde con il dovere di fare informazione in un meccanismo macabro, per giornali e lettori.